Storia di Felix

Félix voleva salvare una famiglia… il suo processo si terrà in Italia, il 16 febbraio. Ecco la sua storia.

Félix andrà in tribunale il 16 febbraio 2017 alle 12.30 a Imperia. Come gli altri, avrà bisogno di tutto il vostro sostegno.

Vengo da una famiglia che ha una storia di migrazione, come la maggior parte degli esseri umani su questa terra. Mio padre è di nazionalità americana, di origine scozzese; i suoi antenati contadini sono immigrati negli Stati Uniti nel 18° secolo. Mia madre francese, di origine italiana, la sua famiglia è arrivata in Francia all’inizio del 20° secolo dal Piemonte e dalla Toscana.

Sono stato cresciuto nel rispetto della memoria dei miei antenati, degli sforzi compiuti per costruire una vita migliore in un paese che non era il loro. Stabilirsi in un territorio ostile a migliaia di chilometri dall’Europa “civilizzata” e dovere imparare a vivere a contatto con tutte quelle diverse culture non doveva essere semplice. Come non doveva essere semplice sbarcare nel paese vicino con una manciata di soldi e qualche mobile, in fuga da un regime fascista e una povertà sempre più grande.

Hanno dovuto dimostrare, grazie al loro lavoro e alla loro integrità, che meritavano un posto nella nuova società, sopportando bene o male i pregiudizi, se non l’ostilità delle popolazioni già insediate sul territorio. Partendo da niente hanno finito per stabilirsi e arricchire il loro paese di accoglienza: questo è lo scopo di ogni migrante.

Durante la manifestazione “Nuit Débout” (Notte in Piedi) a Nizza, alcuni amici mi dicono che vogliono portare cibo ai migranti e ai profughi che sono fermi a Ventimiglia. E’ parlando con loro che vengo a sapere della situazione scandalosa nella quale si trovavano dei sudanesi del Sud, degli eritrei, dei siriani e persino degli afgani. Paesi che sono in cima alla lista dei posti più pericolosi del mondo!

Il comune di Ventimiglia aveva appena emesso un’ordinanza vietando a chiunque di prestare una qualsiasi assistenza logistica alle persone che cercano rifugio in Europa (cibo, acqua, vestiti, coperte, insegnamento o assistenza sanitaria). In coordinazione con varie associazioni francesi, si è quindi presa la decisione di organizzare un picnic di sostegno con i profughi per riflettere insieme sui problemi da affrontare e sulle possibili soluzioni. Questa giornata mi ha permesso di prendere coscienza di una situazione allarmante nel cuore stesso di un luogo di vita così idilliaco come quello delle nostre magnifiche colline e montagne.

In seguito ho incominciato a recarmi, quando potevo, a qualche chilometro da casa, per prestare man forte alle associazioni istituite nei centri di accoglienza di fortuna all’interno delle chiese di Ventimiglia, grazie alla Chiesa Cattolica, a cui desidero rendere omaggio (io che non appartengo a nessuna confessione) per la sua mobilizzazione sotto l’impulso di Papa Francesco e la sua difesa incondizionata del diritto d’asilo e dei diritti fondamentali di ogni essere umano.

Ho visto delle associazioni non-governative e delle istanze religiose che si sono sentite in dovere di prestare un’assistenza urgente nei nostri cosiddetti paesi “ricchi”. Questa urgenza non è più tale perché la situazione stagna da mesi e, peggio, si aggrava da quando la Francia ha deciso di chiudere le frontiere in marzo 2016. La Francia (come tanti paesi dell’Unione Europea) viene meno agli impegni presi in settembre 2015 sugli accordi europei che regolano l’accoglienza dei rifugiati. Sembra seguire la linea di condotta protezionista delineata da certi paesi dell’Europa dell’Est, in particolare l’Ungheria. E’ un comportamento pericoloso, a mio avviso, che attizza la paura e provoca il rifiuto dell’altro, creando così un clima xenofobo.

In maggio 2016 mi sono recato a Grande Synthe, vicino a Dunkerque, nel nord della Francia, con un’amica parigina per essere volontario nel campo profughi dell’associazione Utopia56.

E’ lì che ho imparato la differenza tra “migrante” e “rifugiato”. Quest’ultimo, secondo la definizione dell’articolo 1(A)(2) della Convenzione di Ginevra, è “Chiunque nel giustificato timore d’essere perseguitato per ragioni di razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato (…)”.

Mentre il migrante tenta di perseguire un futuro migliore per sé o per i suoi figli, o di fuggire un cambiamento politico imminente, il rifugiato lascia contro la sua volontà della condizioni di vita a volte molto favorevoli per salvare la sua vita o quella della sua famiglia, se gliene resta una.

A Grande Synthe il campo era costituito per il 90% di rifugiati curdi provenienti dai quattro paesi che si dividono il Kurdistan: l’Iraq, l’Iran, la Siria e la Turchia. Parlavano quattro lingue diverse ma avevano in comune la stessa cucina, gli stessi cortili, le stesse tende per bere il tè, le stesse incertezze. Erano rappresentate tutte le classi sociali, dal medico al contadino, dal meccanico all’infermiere… Avevano tutti delle storie diverse ma erano uniti dallo stesso filo conduttore: la violenza, la morte, e la perdita di persone care. E avevano tutti lo stesso obiettivo: trovare un suolo ospitale dove stabilirsi per leccare le ferite del loro corpo e della loro anima e ricostruire una vita persa sperando, senza troppo crederci, di poter un giorno tornare al loro paese natale per ricostruirlo, anche lui.

Durante l’estate sono andato, quando ho potuto, al campo “informale” della Croce Rossa italiana a Ventimiglia, che era in pratica il binario dismesso della stazione ferroviaria adiacente al campo ufficiale, già troppo affollato dalle migliaia di profughi che transitavano costantemente alla frontiera. E dico bene “che transitavano”, e non “bloccavano” perché, se ho imparato qualcosa a Dunkerque, è che là dove c’è la disperazione, ci sono persone pronte a trarne profitto. Le reti criminali organizzano già da tempo l’attraversamento della frontiera; le tariffe variano tra 100 e 150 euro (all’epoca) e le vittime sono spesso abbandonate sull’autostrada, o persino poco più in là a Ventimiglia!

Certi sudanesi parlano bene l’inglese e mi sono spesso trovato a conversare con loro… le solite domande: “Da dove vieni?”, “Dove vai?”, “Perché? Hai dei famigliari laggiù?”

A volte invece si affrontano degli argomenti meno classici, “Hai perso qualcuno?”, “Viaggi da tanto?”, “Come hai fatto?”

Decine di storie, tutte diverse ma talmente simili nelle dure prove subite. Dalla fuga da un paese in guerra o sotto una dittatura omicida, il pericolo e la stanchezza della strada cercando di non cadere nelle grinfie delle reti che favoriscono la tratta di essere umani, senza dimenticare le troppo funeste traversate del Mediterraneo. O anche i trattamenti inumani subiti in Libia, dove vengono sfruttati o torturati, in Turchia dove vengono rinchiusi in campi per servire da strumento di pressione politica o economica sull’Europa… fino all’attesa interminabile davanti alle frontiere di un paese che difende da sempre il diritto d’asilo.

Il 22 luglio, discutendo con un rifugiato e con i volontari del campo informale, sento parlare di una famiglia di 5 sudanesi che vivono in una chiesa e che non vengono fino al campo. Io e la mia amica decidiamo di andare a vedere se possiamo portare loro qualcosa. Arrivati alla chiesetta, incontriamo 3 giovani di circa 20-25 anni tra cui una coppia con due bambini di 5 e 2 anni, tutti originari del Sudan del Sud, una zona chiamata Darfur. La madre, che parla particolarmente bene l’inglese, racconta alla mia amica (che si presenta in qualità di psicologa) la loro storia violenta e saliente, una delle tante che ho già sentito troppe volte e di cui mi permetterete di tacere i sordidi dettagli.

Non potevano spostarsi a piedi con i bambini sull’autostrada dove rischiano la morte ogni minuto. Sulla ferrovia i pedoni sono spesso scacciati dalle unità cinofile della Polizia di Frontiera. Non avevano assolutamente denaro per pagare i trasportatori e andare in Germania per ritrovare i famigliari. Per delle ragioni evidenti di comodità, le persone che viaggiano a piedi o in treno preferiscono passare dalla Francia piuttosto che dalla Svizzera… più volte la donna mi chiede di portarli con loro e quando mi fa vedere le ferite del suo bambino di 5 anni (bruciato su tutto il fianco destro dall’incendio della sua capanna durante il massacro del loro villaggio) mi rendo conto che c’è solo una cosa da fare.

Il resto lo potrete leggere sui giornali italiani o su Internet: mi hanno fermato al pedaggio dell’autostrada, i migranti sono stati recuperati dalla Caritas e il procuratore italiano ha deciso di giudicarmi come uno di quelli che si arricchiscono della miseria altrui… dopo tre giorni di prigione, il giudice mi ha concesso la libertà provvisoria in attesa dell’udienza del 16 febbraio.

Ai termini della legge italiana, rischio tra 5 e 15 anni di reclusione e 15.000€ di multa per ogni persona trasportata… con la scusa che erano 5 e che in macchina c’erano 2 coltelli Opinel (e un pezzo di lonzu, un salume tipico della Corsica). Questi due fatti contano come circostanze aggravanti, tanto gravi, secondo la legge italiana, quanto il trasporto di persone in pericolo di morte o in condizioni inumane.

Non è cambiato niente a Ventimiglia, anzi è sempre peggio! La polizia organizza vere e proprie retate per la strada e trasporta centinaia di rifugiati verso i Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE) nel sud Italia, (2 o 3 autobus pieni al giorno)!

Mi prendo la piena responsabilità dei miei atti a Ventimiglia, con la certezza di aver agito nell’ambito di una delle più antiche convenzioni internazionali ancore in vigore:

Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948:

Articolo 13: 1) Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato. 2) Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.

Articolo 14: 1) Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni.

Mi baso anche su qualcosa di meno giuridico: una convinzione personale. La convinzione che l’Europa si trovi di nuovo all’alba di un periodo chiave della sua storia e che le ripercussioni della sua gestione dell’afflusso dei rifugiati saranno, in qualunque caso, gravissime. La “crisi migratoria”, che dura dal 2015, è la più grande che l’Unione Europea abbia conosciuto dalla sua creazione ed è chiaro che le soluzioni restano da creare. Credo che il mio dovere in quanto cittadino, sia quello di portare assistenza e aiuto a coloro che aspettano che si decida, presso le autorità superiori, un esito favorevole a questa crisi.


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